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La storia ritrovata


Riflessioni di un turista in visita alla Val di Susa

di Daniele Radogna

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La storia ritrovata

Riflessioni di un turista in visita alla Val di Susa

Nel corso delle tante visite condotte per motivi di lavoro, il tratto di strada che attraversa la Val di Susa mi ha sempre reso impossibile rimanere concentrato sui miei pensieri.
L'abbandono della pianura e l'ingresso nella valle che man mano si assottiglia è entrare in una prospettiva che ha come punto di fuga un alto valico che non ha mai mancato di distrarmi dal contingente e dal quotidiano.
Questa progressione sottrae alla tensione di un ovattato rimuginare, non sempre consapevole, che alterna nella mente intenzioni e progetti per riconsegnarci poi alla leggerezza di una pura percezione che si attiva e si acuisce da sé entrando a contatto con la bellezza della valle e con il richiamo delle tracce della sua storia.
Sulla bellezza della valle e della sua corona di montagne sarebbe forse inutile soffermarsi: essa è lì, evidente, si offre senza mediazioni; può non essere percepita solo per colpa di una distrazione irredimibile. Forse vale invece la pena di indugiare sugli echi della particolare storia della valle; echi che si intensificano ad ogni tratto di strada percorsa, creando un singolare effetto di straniamento.
Oggetto di questa breve riflessione è la curiosa ma non inutile esperienza interiore legata a questo straniamento. La bellezza delle rocche, dei forti, delle chiese che punteggiano le pendici dei monti hanno effetti successivi su cui è inevitabile tornare a riflettere. Qualcosa in più si affianca infatti alla bellezza o alla imponenza di ciò che è visibile, conferendo a ogni elemento come un incremento di senso legato alla presenza degli altri elementi. E' come se ciascuna costruzione, rocca, chiesa, fosse un punto di una costellazione, facendo quindi parte di un disegno complessivo che va percepito come una realtà globale e a sé stante. A ben vedere, questo disegno emerge come una trama di riferimenti e di rimandi interessante e complessa, capace di far sì che la presenza di ciò che si vede persista oltre il breve tempo di un contatto, generando pensieri a cascata.
Ciò che l'occhio può verificabilmente vedere lungo la valle, paradossalmente, pone l'enfasi sul suo esatto contrario: sull'invisibile. Le opere antiche che il tempo ha preservato richiamano alla mente un passato che, pur non potendo essere più vissuto, e quindi sentito come una realtà vivente, tuttora operante, pur tuttavia persiste, incancellabile. Così come le chiese, antica presenza nella valle, registrano la traccia del passaggio delle generazioni nei consunti registri delle nascite custoditi dalle parrocchie. Ciò che si vede attorno registra e rimanda tracce che fanno risalire d'istinto il flusso del tempo, riproponendo eventi e luoghi che il nostro pensiero richiama alla vita, testimoniando gli invisibili fili che ci legano a un passato che è acquisito e fatto nostro per sempre.
Così anche le cose più ovvie, conosciute astrattamente o per via letteraria, richiamate alla mente nei luoghi ove gli eventi presero forma, concorrono a formare un senso del presente che ha il potere di dare spessore e umanità a ciò che si è saputo prima solo in astratto.

Questa stessa valle che si percorre oggi distrattamente in autostrada, ha visto Annibale arrivare con ventimila fanti, seimila cavalieri e tre - incredibile a dirsi - elefanti, sopravvissuti al passaggio delle Alpi. Al cuore di quella stessa valle, nella primavera del 312 dopo Cristo, tre anni prima della promulgazione dell'editto di Milano che poneva fine alle persecuzioni religiose nell'impero, la città di Segusio - che noi oggi chiamiamo Susa - vide la sua fortezza rasa al suolo da Costantino in marcia con 25000 uomini verso Torino, dove avrebbe battuto la cavalleria catafratta di Massenzio prima di riportare una nuova vittoria a Verona, ultima tappa prima della occupazione della strategica Aquileia. Susa, importante sede amministrativa, secondo quanto ci dice Paolo Diacono nel terzo libro della sua ''Storia dei Longobardi'', era presidiata alla fine del sesto secolo dai Goti al comando di Sisige, nominato magister militum dall'imperatore della lontanissima Bisanzio. Alle Chiuse della Val Di Susa, quegli stessi Longobardi che che lasciarono memoria del proprio passaggio conferendo a molte città lombarde il tipico suffisso in -ate, che ricorda la palizzata di legno che formava la recinzione dei villaggi, guidati da re Desiderio combatterono ferocemente contro i Franchi di Carlo Magno.

Questo riepilogo di eventi della storia, emerso spontaneamente avendo occasione di entrare a contatto con luoghi che hanno tante risonanze, ci riporta a considerazioni sul senso profondo di quelle vicende che forgiano gli albori della nostra identità; quanto potrebbe rimanere una semplice ed oziosa riflessione che ci fa indugiare su un tempo remoto, privo ormai di collegamenti con noi, incapace di parlarci, a volte si trasforma per via del caso che si è incaricato di scompigliare le nostre idee su ciò che è reale e su ciò che non lo è. Un evento inatteso, una coincidenza può cambiare gli automatismi stessi con cui giudichiamo le cose. Può capitare allora di stupirci nel sentire parlare accanto a noi una lingua con dei tratti familiari eppure irriconoscibile sulla bocca di un anziano passante oppure di persone sedute ai tavolini di un bar.

Come in un indovinello si cerca di darle una casa nota, un domicilio certo riconoscendo suoni che non sono i nostri in parole così fortemente prossime alle nostra lingua. Può capitare che l'indovinello venga risolto per noi da qualcuno che conosce già la risposta e che condivide con noi il segreto di una lingua parlata ancora da poche persone, rivelandoci che si tratta di una lingua altrettanto antica delle rocche viste lungo la strada. Una lingua già ricca di parole ai tempi di Dante è sopravvissuta agli eventi e alla violenza di un così lungo lasso di tempo rimanendo parlata, compresa e viva ancora oggi, ai tempi di internet e della elettronica di consumo. La scoperta di questa permanenza, pur ignorata da molti, colpisce proprio in quanto segno di una presenza la cui continuità scavalca i secoli; ed è esattamente questa continuità che restituisce concretezza alle riflessioni cui la strada ci ha invitati.

La storia che avrebbe potuto rimanere un semplice pensiero, ricompare nelle pieghe del presente consentendoci di decifrare quanto vediamo e quanto sentiamo. La storia ci ripaga del nostro interesse e ci accorda una diversa sensibilità, diversa dall'occhio distratto del turista affrettato aiutandoci a scoprire che in realtà i luoghi che visitiamo sono qualcosa di più che un semplice elemento della geografia. I luoghi che ci hanno accolto sollevando per un attimo il velo di un proprio mistero sono un mosaico di tempi diversi che spesso non abbiamo la ventura di incontrare e riconoscere nella durata della nostra vita ma che, qualche volta, si precisano, si mettono a fuoco.

Allora la continuità della tirannica scansione temporale in cui siamo immersi, affrettata, ossessiva, quotidiana, si spezza di colpo per scoprire e poi lasciarci cogliere al suo interno la presenza di una diversa bolla di tempo. Entrare a contatto con la lingua e la parola di altre epoche, all'interno di ciò che rimane dei luoghi che la videro nascere, ci aiuta a capire che, a volte, non ci si limita a visitare dei luoghi, ma che si può abitare un tempo diverso da quello che, temporaneamente, ci ospita.

di Daniele Radogna, Lierna (LC)

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